Ossessione, rapporto e tecnica: un approccio psicoanalitico al confronto del paradigma cognitivo-comportamentale – l’ossessione non è solo un sintomo da correggere
Nel confronto tra la psicoanalisi ( così come elaborata da Giacomo B. Contri sull’asse freudiano passando da Lacan ) e le tesi cognitiviste/comportamentiste, la differenza decisiva non riguarda soltanto la tecnica terapeutica, ma l’idea stessa di uomo, di guarigione e di sintomo.
Per il cognitivismo-comportamentismo, in particolare nella forma della CBT, ( cioè Terapia Cognitivo Comportamentale ovvero: Cognitive Behavioral Therapy) il sintomo viene generalmente considerato come il risultato di un circuito disfunzionale tra pensieri, emozioni e comportamenti. L’American Psychological Association descrive la terapia cognitivo-comportamentale come un trattamento fondato sull’idea che i problemi psicologici siano in parte basati su modi appresi e non utili di pensare e comportarsi, e che le persone possano apprendere modalità più efficaci di fronteggiamento.
Applicato all’ossessione, questo significa: il soggetto ha pensieri intrusivi, li interpreta come pericolosi, prova ansia, mette in atto compulsioni o evitamenti, e così rinforza il circuito ossessivo. Da qui deriva la tecnica dell’esposizione con prevenzione della risposta, in cui il paziente viene aiutato a esporsi agli stimoli temuti senza ricorrere al rituale compulsivo. L’International OCD Foundation definisce l’ERP come una pratica che consiste nel confrontarsi con pensieri, immagini, oggetti o situazioni che provocano ansia, scegliendo poi di non eseguire il comportamento compulsivo.
Giacomo Contri, nelle sue tesi, sposta radicalmente la questione: l’ossessione non è prima di tutto un errore di valutazione, né solo un comportamento rinforzato. È un errore del pensiero nel rapporto. Più precisamente: è un’obiezione alla possibilità di ricevere soddisfazione dall’altro.
IL soggetto malato fa obiezione al beneficio
Nel testo “Il bene dell’analista” lo psicoanalista Giacomo Contri, sulla scorta del lavoro di Freud e Lacan, (non verrà ripetuto questo inciso considerandolo implicito) formula la tesi che la cura NON consiste nel fatto che un professionista “faccia il bene” del paziente. Anzi, scrive che “l’analista non può fare il bene, eppure lo conosce”; e precisa che la psicoanalisi nasce proprio dall’abbandono dell’ipnosi, cioè dall’abbandono di un modello in cui il curante agisce unilateralmente sull’altro.
Questo punto è cruciale. La guarigione psichica non avviene come intervento tecnico unilaterale. Non è l’equivalente psicologico di un farmaco o di una procedura simile a quella chirurgica, è invece l’effetto di un nuovo rapporto, fondato su una norma comune tra analista e analizzando. La novità freudiana sta nel fatto che il bene della guarigione non è atteso da una tecnica di cui uno solo dei due soggetti è incaricato, ma da una “medesima norma fondamentale” che regola il rapporto tra due soggetti.
Qui nasce la differenza con la terapia cognitivo-comportamentale: la CBT tende a pensare la cura come acquisizione di abilità, correzione di credenze, esposizione graduale, apprendimento di nuove risposte. L’approccio analitico proposto da Contri, invece, pensa la cura come riabilitazione della competenza del soggetto nel rapporto.
Il soggetto non deve semplicemente imparare una tecnica; deve cessare di fare obiezione al ricevere beneficio dall’altro, alla soddisfazione che si produce dai rapporti con l’altro
Il comportamento: da correggere o da interpretare come atto giuridico?
Il comportamentismo classico nasce come programma di spiegazione del comportamento attraverso stimoli, risposte, rinforzi e storie di apprendimento; la Stanford Encyclopedia of Philosophy ricorda che il comportamentismo cerca di spiegare il comportamento umano e animale in termini di stimoli fisici esterni, risposte, storie di apprendimento e rinforzi.
In questa prospettiva, una compulsione ossessiva può essere letta come comportamento mantenuto dal rinforzo negativo: compio il rituale, l’ansia diminuisce, dunque sarò portato a ripeterlo. La compulsione è un comportamento che “funziona” nel breve periodo, anche se mantiene il disturbo nel lungo periodo.
Nella tesi di questo scritto non si nega necessariamente che il rituale produca un sollievo. Ma questo non coglie il punto decisivo. Il comportamento ossessivo non è solo una risposta appresa: è un atto normativo. Stabilisce una legge del rapporto.
L’ossessivo, in questa lettura, non si limita a lavarsi le mani, controllare la porta, ripetere una formula o evitare un incontro. Egli istituisce un mondo in cui il rapporto con l’altro è sostituito da una procedura. Il rito prende il posto dell’appuntamento. Il controllo prende il posto della domanda. La dubbiosità ruminate alla ricerca di una certezza impossibile prende il posto della soddisfazione.
Nell’approccio psicoanalitico proposto, il tratto generale della psicopatologia è l’“obiezione al ricevere beneficio dall’altro”. Una obiezione al ricevere soddisfazione dall’altro, come obiezione di principio.
Questa è una tesi molto più radicale di quella comportamentista: non dice soltanto che il sintomo si mantiene perché riduce l’ansia; dice che il sintomo organizza una posizione del soggetto contro il beneficio possibile del rapporto.
Il cognitivismo: il pensiero come credenza disfunzionale
Il cognitivismo ha introdotto una correzione importante rispetto al comportamentismo puro: non basta osservare il comportamento; bisogna considerare il ruolo delle credenze, delle interpretazioni, degli schemi cognitivi. La CBT è infatti una terapia strutturata, attiva, orientata ai problemi, in cui il paziente lavora su pensieri automatici, convinzioni e comportamenti.
Nell’ossessione, il cognitivismo individua spesso credenze come:
“Se penso una cosa, potrei farla.”
“Se non controllo, accadrà qualcosa di terribile.”
“Se provo un pensiero aggressivo, sono cattivo.”
“Devo essere assolutamente certo.”
“Devo neutralizzare questo pensiero.”
La tecnica mira allora a rendere il soggetto capace di riconoscere l’errore cognitivo e di modificare la risposta comportamentale.
Anche Giacomo Contri concorda su un punto: nell’ossessione c’è un errore del pensiero, ma non lo riduce tutto a una distorsione cognitiva; l’errore non è solo: “valuto male il pericolo”; l’errore è: “imposto male il rapporto”.
Nelle tesi contriane, come del resto in direi in tutti gli approcci basati sulla psicanalisi, l’altro è sempre implicato nel costituirsi e nel perpetuarsi della psicopatologia, se non altro come elemento fantasmatico o immaginato.
La domanda non è soltanto: “questa credenza è razionale o irrazionale?”. La domanda è: questa credenza che rapporto istituisce con l’altro?
Un pensiero può essere formalmente assurdo, ma soggettivamente molto coerente se serve a impedire un rapporto. L’ossessivo può usare la razionalità, la moralità, la prudenza, la pulizia, la precisione, il dubbio, non come semplici contenuti mentali, ma come strumenti di obiezione al rapporto con l’altro.
Non c’è guarigione senza soddisfazione
Contri definisce la pulsione come legge di moto del corpo e lega la soddisfazione al compimento di un moto. Il corpo può essere soddisfatto quando un suo moto trova conclusione; e nel trattamento analitico il moto privilegiato è quello del parlare.
Questa formulazione permette di distinguere profondamente l’approccio di Contri dalla CBT.
La CBT può ottenere un cambiamento: meno rituali, meno evitamenti, meno ansia, maggiore funzionamento. Questo è clinicamente importante e non va liquidato. L’ERP, ad esempio, ha una base empirica robusta nel trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo; una rassegna del 2019 la descrive come una forma di CBT che aiuta il paziente a confrontarsi con paure o disagio riducendo le risposte compulsive.
Ma Contri introdurrebbe una distinzione: cambiamento non significa necessariamente guarigione. Nel breve testo “Il bene dell’analista” egli afferma esplicitamente che gli atti psicoterapeutici possono procurare cambiamenti, ma non guarigione, e che il passaggio all’asintomaticità può essere un dato ambiguo.
Questa è forse la critica più dura alla psicoterapia intesa come tecnica: eliminare il sintomo non basta, se non si sa che cosa è accaduto al soggetto e al suo rapporto con il beneficio.
Da qui una possibile formula:
per la CBT guarire significa funzionare meglio; per Contri guarire significa tornare capaci di ricevere soddisfazione nel rapporto.
Ossessione come controllo contro rapporto
L’ossessione può essere letta come una forma di governo tirannico del pensiero. Il soggetto ossessivo non si autorizza a ricevere, a domandare, a lasciarsi sorprendere dal beneficio. Preferisce una procedura, anche dolorosa, purché sia sua. Meglio il rito che l’appuntamento. Meglio il controllo che il rischio del rapporto. Qui la differenza con il cognitivismo è netta. Per la CBT, il rituale è un comportamento di sicurezza che mantiene l’ansia. Per Contri, il rituale è anche una forma di sovranità patologica: il soggetto preferisce una legge senza altro, una legge senza beneficio, una legge senza sorpresa.
La compulsione, allora, non è soltanto un comportamento inutile. È una soluzione malata al problema del rapporto. In questo senso l’ossessione non è solo paura. È anche arroccamento. È una politica del soggetto.
Il “talento negativo” contro la prestazione terapeutica
Uno dei concetti più interessanti del pensiero di Contri è quello di talento negativo. Egli lo definisce come il talento di non erigere i propri talenti a pretese, cioè a fonti di diritto regolante i rapporti. Quando un talento, un bene, una qualità, una malattia o perfino il sesso diventano pretesa, essi si trasformano in obiezione al rapporto.
Questo punto consente un confronto raffinato con il cognitivismo-comportamentismo.
La CBT tende a valorizzare la competenza operativa: imparare tecniche, monitorare pensieri, fare esercizi, esporsi, registrare reazioni, correggere credenze. È una clinica della pratica, dell’allenamento e della procedura. Il suo vantaggio è la chiarezza; il suo rischio è che il soggetto trasformi anche la terapia in un nuovo dovere superegoico.
Contri direbbe: attenzione, perché anche la tecnica può diventare ossessione. Anche il “lavorare su di sé” può diventare comando. Anche il miglioramento può diventare prestazione. Anche la guarigione può diventare un ideale tirannico.
Il talento negativo introduce invece un’altra logica: non aggiungere un nuovo comando, ma far cadere l’obiezione. Non costruire un IO più efficiente, ma permettere al soggetto di non usare più le proprie risorse come armi contro il rapporto.
Due cliniche, due antropologie
Il confronto tra la psicoanalisi e le tesi cognitivo-comportamentali non va ridotto a una contrapposizione caricaturale. La CBT ha prodotto tecniche efficaci, soprattutto nel trattamento dei sintomi ossessivi, e la sua forza sta nella chiarezza operativa: esporsi, non ritualizzare, correggere credenze, modificare comportamenti.
Ma Contri pone una domanda che la CBT tende a lasciare sullo sfondo: che cosa vuole il soggetto dal suo sintomo? O meglio ancora: quale rapporto il soggetto evita, sabotando la possibilità di ricevere beneficio dall’altro?
Per Contri, l’ossessione non è soltanto un circuito ansia-rituale-rinforzo. Non è soltanto una credenza irrazionale. È una forma di obiezione. È un modo di trattare l’altro non come partner, ma come minaccia, tribunale, contaminazione, debito, intrusione, pericolo.
La terapia cognitivo-comportamentale mira a interrompere il circuito sintomatico.
La psicoanalisi contriana mira a riaprire il rapporto come fonte possibile di soddisfazione.
In altra formula: la CBT cura l’ossessione riducendo il potere del pensiero intrusivo e del rituale; Contri la interpreta come obiezione del soggetto al beneficio ricevibile dall’altro. La prima lavora sul funzionamento, la seconda sulla legge del rapporto.
L’Uomo dei topi: Freud e la logica dell’ossessione come rapporto deformato
Il caso freudiano dell’Uomo dei topi consente di rafforzare ulteriormente la tesi qui sostenuta: l’ossessione non è semplicemente un pensiero irrazionale da correggere, né soltanto un comportamento compulsivo da estinguere. È una costruzione sintomatica in cui il soggetto organizza, in forma deformata, il proprio rapporto con l’altro.
Nel caso pubblicato da Freud nel 1909, il paziente porta una serie di pensieri ossessivi, paure, rituali, formule protettive e obblighi apparentemente assurdi. Il nucleo più noto riguarda il supplizio dei topi, raccontato da un ufficiale, che il paziente teme possa colpire due persone amate: il padre, già morto, e la donna amata. L’assurdità logica del pensiero non ne diminuisce affatto la forza soggettiva. Anzi: proprio l’inverosimiglianza mostra che il pensiero ossessivo non va giudicato secondo il criterio della coerenza razionale, ma interrogato come formazione di compromesso.
Freud individua nel caso una dinamica decisiva: il conflitto tra amore e odio. Gli atti compulsivi, soprattutto quando procedono in due tempi — prima un’azione, poi un’altra che la annulla — rappresentano per Freud il conflitto tra impulsi opposti. Nel caso dell’ossessione, questi impulsi sono frequentemente amore e odio rivolti allo stesso oggetto. Freud osserva che tali atti esprimono due tendenze antagoniste, ciascuna delle quali ottiene una propria soddisfazione sintomatica.
La lettura cognitivo-comportamentale può descrivere bene il circuito: pensiero intrusivo, ansia, rituale, sollievo, rinforzo. Ma il caso dell’Uomo dei topi mostra che il contenuto dell’ossessione non è indifferente. Il problema non è soltanto che il paziente sovrastimi un pericolo; è che il pericolo immaginato riguarda persone amate, cioè oggetti di legame, debito, dipendenza, desiderio e ostilità.
L’ossessione, dunque, ha sempre un destinatario. Anche quando appare come pura procedura mentale, essa conserva la traccia di un rapporto.
Nel caso dell’Uomo dei topi, un tema centrale è quello del debito. Il paziente è preso in una rete di obblighi, restituzioni, promesse, pagamenti impossibili, ordini da eseguire e da non eseguire. Il denaro, il padre, la donna amata, l’ufficiale, il dovere militare e la colpa si annodano in un sistema in cui il soggetto sembra continuamente convocato da una legge senza soddisfazione. Deve pagare, deve restituire, deve obbedire, deve impedire, deve neutralizzare. Ma ogni atto destinato a risolvere il conflitto lo complica ulteriormente.
Qui Freud dice qualcosa che Contri radicalizzerà: l’ossessione è una patologia della legge. Ma non della legge esterna semplicemente intesa; è patologia della legge del rapporto. Il soggetto non riesce più a ordinare il proprio moto verso la soddisfazione. Al posto del rapporto subentra un regime di obbligo.
In termini contriani, l’Uomo dei topi non è soltanto un soggetto che “ha ansia”. È un soggetto che si muove dentro una legge malata, nella quale l’altro non è più partner di soddisfazione, ma creditore, giudice, minaccia, morto da risarcire, donna da proteggere e insieme da evitare. Questo conferma la tesi secondo cui il comportamento ossessivo non è solo una risposta appresa, ma un atto normativo: stabilisce una legge del rapporto, benché patologica.
L’elemento più interessante, in questa prospettiva, è che l’ossessione non elimina l’altro: lo conserva in forma persecutoria, enigmatica o scissa. Il soggetto ossessivo non è senza rapporto; è preso in rapporti all’inizio complicati fino a impossibili, in cui colpevolevolezza, minacciosità, dubbiosità la fanno da padrone. Il rito non cancella l’altro, ma tenta di sostituirlo con una procedura. Là dove potrebbe esserci fluidità e libertà nella domanda, offerta, appuntamento, beneficio, soddisfazione, subentra un sistema di garanzie, neutralizzazioni, pagamenti, comandi, obblighi e rituali di passaggio.
È qui che Freud e Contri possono essere letti in continuità. Freud mostra che l’ossessione nasce da un conflitto inconscio, in particolare dall’ambivalenza verso l’oggetto amato. Contri rilegge questo conflitto come errore nella legge del rapporto: il soggetto non riceve più l’altro come possibile fonte di beneficio, ma come fonte di obbligo, colpa o minaccia.
L’Uomo dei topi permette anche di precisare il problema dell’odio. L’odio non riconosciuto verso il padre o verso la donna amata non scompare; ritorna sotto forma di timore che accada loro qualcosa di terribile. L’ostilità inconscia si maschera da cura, protezione, scrupolo morale. In questo senso l’ossessivo può apparire iperresponsabile proprio là dove il suo pensiero è abitato da un’aggressività non ammessa. Il sintomo diventa allora una soluzione di compromesso: protegge l’altro e insieme lo colpisce nella fantasia.
Da questo punto di vista, la formula cognitivista “se penso una cosa, potrei farla” coglie solo la superficie del fenomeno. La questione freudiana è più radicale: perché proprio quel pensiero? perché proprio quella persona? perché proprio quella colpa? Il pensiero intrusivo non è un rumore casuale della mente; è il ritorno deformato di un rapporto irrisolto.
La CBT tende a trattare l’ossessione come un circuito da interrompere; Freud la interpreta come un testo da decifrare; Contri, proseguendo Freud, la pensa come una legge patologica del rapporto da correggere non con un comando, ma con una nuova norma del parlare e del ricevere beneficio.
Il caso dell’Uomo dei topi mostra precisamente che l’ossessione è una delle forme più complesse di questa obiezione: il soggetto resta legato all’altro, ma in modo tale da rendere il rapporto impraticabile. Non rompe il legame; lo trasforma in debito, minaccia, scrupolo, controllo.
nell’Uomo dei topi Freud mostra che l’ossessione è il teatro dell’ambivalenza; Contri permette di aggiungere che tale teatro è retto da una falsa legge del rapporto, nella quale il soggetto preferisce il debito alla soddisfazione, il rito all’appuntamento, la colpa al beneficio.